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Sechaud, E. (2012). Il trattamento del transfert nella psicoanalisi francese. L'Annata Psicoanal. Int., 6:153-171.

(2012). L'Annata Psicoanalitica Internazionale, 6:153-171

Il trattamento del transfert nella psicoanalisi francese Language Translation

Evelyne Sechaud

Oggi la psicoanalisi francese è molto eterogenea e sarebbe presuntuoso cercare di darne un panorama fedele o anche solo esaustivo. Vorrei semplicemente proporre alcune riflessioni generali rispetto al transfert che contribuiranno a situare le posizioni di alcuni psicoanalisti francesi che esercitano un'influenza rilevante con i loro scritti, il loro ruolo nel training di giovani analisti e la loro posizione istituzionale. La questione del transfert, forse più di ogni altra, è incline per sua natura a suscitare risposte appassionate: come pilastro della teoria e della pratica, il transfert rimane nel novero dei concetti fondamentali della psicoanalisi. In risposta all'interrogativo di Karin Obholzer: “Oggi Lei crede ancora nella psicoanalisi?”, Serguei Constantinovitch Pankjeff replicò nel 1975: “Oggi non credo più in nulla”. “Assolutamente nulla?”, indagò l'autrice. E l'uomo dei lupi rispose: “Dio mio, credo nel transfert”. Nel 1937 Freud fece riferimento alle successive ricadute del suo paziente, il cui trattamento era durato dal 1910 al 1914, dicendo che «alcuni degli attacchi […] avevano ancora a che fare con componenti residue della traslazione» (1937, p. 501). Quando la situazione è ancora, oggi come ieri, una situazione di ripetizione interminabile, in una realtà fuori del tempo, come deve essere maneggiato (handled) il transfert?

Citando spontaneamente Freud, illustro una delle caratteristiche della psicoanalisi francese di pensare con Freud! Le scissioni che hanno segnato la psicoanalisi in Francia nella seconda metà del Novecento hanno favorito una grande effervescenza intellettuale; e Jacques Lacan, che ebbe un ruolo molto importante in questo movimento, spesso esortò gli analisti francesi a leggere Freud in tedesco, con l'intento di seguire quanto più appresso possibile l'elaborazione della sua riflessione, poiché è verissimo che il pensiero non può essere separato dalla sua lingua di origine.

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