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Bassi, F. (1993). Nicholas Abraham, Maria Torok, Il verbario dell'uomo dei lupi. Trad. di M. Ajazzi Mancini, Napoli: Liguori, 1992 (ed. orig., Cryptonimie. Le verbier de l'homme aux loups. Paris: Flammarion, 1976), pp. 254, lit. 25.000.. Psicoter. Sci. Um., 27(1):142-143.

(1993). Psicoterapia e Scienze Umane, 27(1):142-143

Nicholas Abraham, Maria Torok, Il verbario dell'uomo dei lupi. Trad. di M. Ajazzi Mancini, Napoli: Liguori, 1992 (ed. orig., Cryptonimie. Le verbier de l'homme aux loups. Paris: Flammarion, 1976), pp. 254, lit. 25.000.

Review by:
Fabiano Bassi

Esce per i tipi di Liguori il testo di Abraham e Torok, originariamente pubblicato in Francia nel 1976 e ripreso, dieci anni dopo, dall'americana University of Minnesota Press. La specificazione del retroterra culturale dei due autori, una coppia di psicoanalisti ungheresi emigrati in Francia e lì impregnatisi della grande attenzione filologica e psicolinguistica da sempre caratteristica del mondo della psicoanalisi d'oltralpe, è assolutamente necessaria per consentire al lettore italiano di non farsi disorientare dal taglio molto particolare di questo libro, un taglio che forse, occorre dire sin d'ora, travalica le possibilità di comprensione del percorso battuto dagli autori. Abraham e Torok, infatti, propongono una lettura «criptonimica» del caso freudiano dell'uomo dei lupi (per la cui presentazione più classica rimando il lettore al mio lavoro apparso sul n. 1, 1992, di questa rivista), fondando la loro fatica su un modello che ricalca in modo pressoché perfetto lo stile tipico del decostruzionismo della linguistica. Dopo un iniziale tentativo di operare una più banale decifrazione metapsicologica del caso del paziente russo, gli autori cedono alla tentazione di giocare col dizionario, anzi coi dizionari (russo, tedesco e inglese), giungendo a riscrivere in modo rivoluzionario tutte le comunicazioni che il paziente, all'epoca, aveva offerto a Freud. La loro ipotesi è che l'uomo dei lupi abbia «incriptato», anziché rimosso, i suoi segreti, e li abbia raccontati a Freud utilizzando per l'appunto un linguaggio criptico, decodificabile solo attraverso la complessa operazione translinguistica effettuata dagli autori.

I risultati da loro ottenuti sono, a dir poco, sensazionali; tanto per fare un esempio, la rilettura criptonimica del famoso sogno dei lupi porta gli autori a concludere che la frase «Sognai», con cui il resoconto del sogno ha inizio, voleva di fatto intendere il significato: «Il testimone è il figlio».

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