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Laplanche, J. (2006). Incesto e sessualità infantile. Rivista Psicoanal., 52(3):685-698.
    

(2006). Rivista di Psicoanalisi, 52(3):685-698

Incesto e sessualità infantile

Jean Laplanche

È pericoloso tentare di mettere in relazione due nozioni — due constatazioni psicoanalitiche ben accertate — che non si intersecano, almeno apparentemente. La sessualità infantile, benché spesso trascurata, spinta in secondo piano — dagli stessi psicoanalisti —, resta per noi una acquisizione fondamentale, che nessuno osa contestare. Orbene, dal semplice punto di vista cronologico, si colloca a molta distanza dal classico problema dell'incesto. È un dato, ed una teorizzazione, che si riferisce innanzitutto ai primissimi mesi o anni di vita. In particolare, emerge ancor prima di ogni designazione delle categorie di parentela, che restano essenziali per parlare di incesto: padre, madre, sorella, zio etc. La sessualità infantile, almeno nelle sue fonti, è considerata pregenitale, legata a tutte le zone erogene più diverse. Nella prima edizione dei Tre saggi, essa corrisponde al periodo dell'autoerotismo, teorizzato da Freud, a partire dalle osservazioni del pediatra Lindner, secondo il seguente schema: le relazioni primarie con l'adulto, il cui modello resta la suzione del seno materno, sono come ribaltate dal bambino su sé stesso, ad esempio sotto forma del ciucciare il pollice. È ciò che una volta ho denominato «tempo auto», vero crogiuolo in cui si genera la sessualità infantile, uno schema che è lungi dal valere solo per la «pulsione orale».

Viceversa, l'incesto ed il suo tabù — che ne è indissociabile — è collocato da Freud in un'età più tardiva, diciamo verso i due o tre anni, ed in realtà è considerato contemporaneo del complesso di Edipo.

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