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De Luca, J. (2007). Associazioni sul mito di Medea. Rivista Psicoanal., 53(4):1033-1054.

(2007). Rivista di Psicoanalisi, 53(4):1033-1054

Associazioni sul mito di Medea

Jones De Luca

Una madre. La donna, distesa sul lettino, parla sommessamente: la sera prima, come ogni sera, le ha telefonato la figlia dall'ospedale dove è ricoverata. Questa telefonata, colma di accuse violente, ha lasciato la donna spossata e piena di timori profondi. Durante la notte ha fatto un sogno. Aveva in braccio sua figlia che nel sogno era molto piccola, sapeva che doveva lasciarla, la bambina era stata affidata alle nonne perché lei aveva combinato qualcosa. Non sa cosa avesse combinato: era qualcosa di molto brutto e non poteva più tenere la bambina con sé. Poi la donna si chiude, il suo racconto si arresta, non le viene più in mente niente. Sembra spaventata, rifiuta qualsiasi pensiero e chiede all'analista di non insistere.

Nel sogno la bambina aveva quattro mesi. C'è un episodio di quel periodo che non vorrebbe ricordare: la bambina non riusciva a dormire e piangeva da molto tempo senza che lei riuscisse a calmarla, allora si era messa a piangere disperatamente anche lei. Ricorda che aveva pianto tanto. Le chiedo del pianto e la donna risponde: «Non è normale piangere per questo? ».

Io penso all'esasperazione che può nascere quando i bambini piangono così: viene da buttarli dalla finestra, e di colpo mi viene in mente l'immagine di un piccolo corpo leggero, troppo leggero, che vola da una finestra molto alta … è così leggero che i vestiti riescono ad attutirne la caduta e ad evitare il peggio.

Le dico che quando i bambini piangono senza fermarsi possono anche far arrabbiare. Allora, come se confessasse una colpa grave, mi dice che è molto imbarazzata perché ricorda che quella volta si era innervosita.

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