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Ferri, P.S. Quarantini, A.Z. (2013). Il corpo dell'analista come spazio relazionale nella cura dei bambini gravi. Rivista Psicoanal., 59(3):591-604.

(2013). Rivista di Psicoanalisi, 59(3):591-604

Il corpo dell'analista come spazio relazionale nella cura dei bambini gravi

Paola Silvia Ferri e Alessandra Zanelli Quarantini

Sappiamo, riferendoci a Winnicott, che le esperienze arcaiche e profonde dei primi giorni di vita del bambino formano memorie corporee che s'intrecciano nelle interazioni con la madre. La struttura inconscia non rimossa (per usare una definizione molto utilizzata da Franco Borgogno e Mauro Mancia) si costruisce primariamente sulle comunicazioni corporee e sensoriali: queste divengono poi comunicazioni fantastiche e sognanti attraverso proiezioni e introiezioni reciproche tra madre e figlio.

All'inizio della vita, il corpo del bambino dialoga con il corpo della madre attraverso il tono muscolare di entrambi (De Ajuriaguerra, 1964). La tensione muscolare del bambino incontra le braccia, la pelle, le mani (holding-handling) della madre. Tuttavia, deformazioni, traumi, lutti possono interferire nello scambio affettivo, diventando la struttura di un nucleo del Sé inconscio, inscritto nell'attività percettiva, muscolare, cinestesica, nella pelle, nelle mucose, negli organi interni, nella vista e nell'udito. Il corpo è un precipitato di relazioni.

Nell'incontro col bambino l'inconscio materno fa un'esperienza corporea che avvia l'inconscio del bambino stesso (Guignard, 1996). L'esperienza mentale traumatica della madre, ossia la rete di congiunzione con l'infantile presente in lei, con un ambiente che non la facilita nel suo compito di allevamento, spesso è scissa o rimossa per consentire alla stessa madre una forma di sopravvivenza psichica contro la depressione e il crollo.

L'impensabile si deposita nella memoria comune di natura psicosomatica della madre e del bambino.

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