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Galiani, R. (2013). Esperienze. Corpo, visione, parola nel lavoro psicoanalitico Lucio Russo; Roma, Borla, 2013, pagine 240, € 26,00. Rivista Psicoanal., 59(3):787-792.

(2013). Rivista di Psicoanalisi, 59(3):787-792

Esperienze. Corpo, visione, parola nel lavoro psicoanalitico Lucio Russo; Roma, Borla, 2013, pagine 240, € 26,00

Review by:
Riccardo Galiani

«L'esperienza», scriveva Bataille (1943, 30), «è la messa in questione (e alla prova), nella febbre e nell'angoscia, di ciò che un uomo sa del fatto di essere». A differenza di ciò che accade in una dimensione di cui l'esempio più evidente è la riflessione filosofica, l'esperienza diviene interiore quando, attraverso una «intima cessazione di ogni operazione intellettuale», la mente viene messa a nudo. Nell'esperienza interiore «l'enunciato è niente, è solo un mezzo e finanche, in quanto mezzo, un ostacolo. Ciò che conta non è più l'enunciato del vento, è il vento» (1943, 43).

Sono molte le suggestioni che derivano dalla lettura di Esperienze, l'ultimo libro di Lucio Russo, e alcune di esse possono indurre a guardare nella direzione de L'esperienza interiore, uno dei testi più sofferti di George Bataille; ma per quanto significativa (come si vedrà), la misura di sovrapposizione tra le esperienze cui fa riferimento Russo e l'esperienza «nuda» resta ridotta. Innanzitutto perché occorre valutare il plurale: le esperienze. Si tratta cioè di un'esperienza ripetibile, ripetuta, diversa e mai, pur se drammatica, assoluta. Queste esperienze sono quelle della generalità dei pazienti, ma sono anche specifiche esperienze di «agonia identitaria» (140), e sono le esperienze - interiori - dell'analista all'ascolto con il «terzo orecchio» (e il sottotitolo del testo di Reik, 1948, provava non a caso a rendere conto del fatto che l'auto-osservazione e l'autoanalisi sono in primo piano nella costruzione dell'ascolto analitico). Un triplice registro, dunque, costruito intorno ad alcune questioni.

La prima si ritrova nel confronto con Freud e con l'«esigenza» freudiana (che è anche di Russo) di attingere alla letteratura, alla ricerca di «una lingua immaginifica e mitopoietica, capace di cogliere l'essere relazionale originario dell'infante in stato di Hilflosigkeit» (13). Uno dei gesti che inaugurano lo spazio della psicoanalisi risiede così in un'operazione che Nicholas Abraham (1968) avrebbe definito «anasemia» e che poggia su un principio, quello della «condiscendenza linguistica» (16), rintracciato da Russo nella corrispondenza con Jung.

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