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Lai, G. (1984). DIAGNOSI E RIFERIMENTO. Psicoter. Sci. Um., 18(3):85-105.

(1984). Psicoterapia e Scienze Umane, 18(3):85-105

DIAGNOSI E RIFERIMENTO

Giampaolo Lai

I. Ho già trattato l'argomento della diagnosi nel precedente numero di Psicoterapia e Scienze Umane, in uno scherzo dal titolo: «Lambrusco e DSM III». Vi ritorno su volentieri, seguendo l'invito di Pier Francesco Galli, e il suo consiglio di usare questa volta un genere più sobrio e più serio.

Fare diagnosi è un'attività concettuale e pratica che crea più problemi, mi pare, di quanti non ne risolva. Impegnarsi a far diagnosi, come è implicito nel termine, vuol dire impegnarsi in un'attività conoscitiva. Tentare una diagnosi vuol dire tentare di risolvere un problema di conoscenza.

Il modello più ovvio di ricerca che la parola diagnosi richiama è il modello medico. La logica di una diagnosi medica è una logica del riferimento. In questa logica, una cosa, o un ordine di cose, rinviano a un'altra cosa, o a un altro ordine di cose. La prima cosa, quella che, nel sistema della diagnosi, fa riferimento all'altra, è dell'ordine delle cose non solo osservabili, ma anche osservate. È dell'ordine dei segni o dei sintomi. La seconda cosa, il riferimento della prima, è dell'ordine delle cose non immediatamente osservate. Tuttavia, il presupposto della teoria del riferimento, nella logica della diagnosi medica, è che il referente della cosa osservata esista. Per cui far diagnosi è riferirsi a qualcosa che esiste. Infatti, il riferimento della cosa osservata è anche il riferimento della diagnosi. Anzi, il riferimento è il criterio della diagnosi. Una diagnosi è giusta quando gli enunciati di cui è costituita trovano corrispondenza nel loro riferimento. Più precisamente, quando sono confermati dalla cosa cui fanno riferimento. In altri termini, una diagnosi (medica) è giusta quando i suoi enunciati sono veri.

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