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Ileyassoff, R. (1999). LA MIA CECITÀ COME OGGETTO DI TRANSFERT. Psicoter. Sci. Um., 33(1):109-112.

(1999). Psicoterapia e Scienze Umane, 33(1):109-112

LA MIA CECITÀ COME OGGETTO DI TRANSFERT

Ricardo Ileyassoff

Vorrei farvi partecipi di qualche riflessione riguardante ciò che la mia cecità ha suscitato nel rapporto tra un paziente e me. E il caso di un uomo di trentasette anni, il quale, avendo letto un libro sulla psicoterapia comportamentista, aveva chiesto alla psicoterapeuta che seguiva sua figlia di dodici anni, in un istituto per bambini e adolescenti, il nome di uno psicologo che praticasse questo tipo di terapia a Conegliano. Egli in precedenza aveva avuto un colloquio con uno psicoterapeuta con cui non si era trovato. La terapeuta di sua figlia gli diede il mio numero di telefono senza porgli altre domande, dicendogli che ero uno psicologo che lei conosceva molto bene e di cui si fidava ma che non ero di scuola comportamentista. Quanto cercava quest'uomo in tale tipo di terapia era la promessa di risultati in un tempo relativamente breve; questo era il suo principale interesse.

Quando venne a trovarmi, mi disse che aveva delle difficoltà affettive, che provava forte disagio a parlare con la gente e che perfino sul lavoro sentiva molta difficoltà a intrattenersi con i clienti. Egli era un imprenditore e condivideva un'azienda insieme a suo fratello maggiore che per sei anni aveva seguito una psicoanalisi molto soddisfacente. Mi ripeté tuttavia che, per quanto lo riguardava, cercava dei risultati più rapidi. I problemi che evocava limitavano enormemente la sua vita sociale, impedendogli praticamente di frequentare i propri amici altro che per compiacere sua moglie. Soffriva di rimanere in loro presenza senza poter dire una parola, in uno stato di mutismo che lo rendeva oggetto di scherno da parte di tutti. Aveva l'impressione di non aver nulla d'interessante da dire o, comunque, di non saper dire altro che delle fesserie.

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