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Valdrè, R. (2010). Nessuno ama I bambini prodigio. Rivista Psicoanal., 56(4):930-930.
    

(2010). Rivista di Psicoanalisi, 56(4):930-930

Nessuno ama I bambini prodigio

Rossella Valdrè

Èuscito nelle sale dei cineforum di New York, in agosto, un'interessantissima «finestra» sul genio precoce e infelice di Jean-Michel Basquiat: premiato al Sundance Festival 2010, Jean-Michel Basquiat: the Radiant child, il film-documentario di Tamra Davis, regista e amica del pittore, ce ne offre una delle rare e sincere interviste, girata più di vent'anni fa. Riconosciuto oggi come uno dei maggiori artisti contemporanei, la breve parabola esistenziale di Basquiat (che amava farsi chiamare «Samo»), si è consumata con la febbrile e dolorosa velocità del bambino prodigio (the genius child), ricordandomi, per assonanza pur con le differenze del contesto storico, quella di Mozart. Esordio da adolescente inquieto come graffittaro a Brooklyn, dove era nato da una famiglia della middle-class afroamericana, a diciott'anni approdo a Manhattan dove è rapidamente notato e accolto favorevolmente, acme del successo tra i ventitré e i venticinque, morte per overdose a ventisette, in una New York anni '80 che non è quella di oggi, ancora violenta e in mano a bande di pusher dove per il ricchissimo genius child è assai facile cadere.

Ad attirare la mia attenzione è il curioso sottotitolo, The radiant child. Perché mai il riferimento all'infanzia, di cui peraltro il film esplicitamente non parla? Perché non tanto vi si racconta del Basquiat bambino, o dell'infanzia reale, quanto perché Basquiat sembra non avere fatto in tempo a diventare adulto, schiacciato, come molti bambini prodigio, tra l'eccesso di un talento avuto in dono senza ricercarlo, e lo scarto con l'età anagrafica, con l'inevitabile immaturità del soggetto. Il film-documento ci mostra così, per tutto il tempo, il salto straziante tra questi due registri: la produzione artistica, sempre più tormentata e matura, vastissima («Samo» lasciò più di mille dipinti e altrettanti disegni), e l'infantilismo del volto, la goffaggine incerta della voce, la povertà del linguaggio.

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