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Angelucci, D. (2013). Storie che «nessuno racconta a nessuno»: il cinema e i sogni. Rivista Psicoanal., 59(1):231-245.

(2013). Rivista di Psicoanalisi, 59(1):231-245

Storie che «nessuno racconta a nessuno»: il cinema e i sogni

Daniela Angelucci

Lo spettatore è tratto in questa nuova libertà di guardare qualcosa di sé stesso che non ha mai avuto luogo: così, in maniera paradossale, apprende la propria memoria.

Jean Louis Schefer, L'uomo comune del cinema (1997)

Il parallelo più immediato e studiato da parte di chi vede nella costruzione filmica in primo luogo una produzione dell'immaginario - volendo riproporre l'annosa opposizione rispetto agli studi sul cinema che prendono l'avvio, invece, dalla sua vicinanza con il reale - è quello tra mondo fittizio del film e dimensione onirica. Sarebbe impossibile elencare tutti gli autori, teorici e scrittori che segnalano questa somiglianza, mettendo in luce in alcuni casi la vicinanza delle modalità di rappresentazione, in altri quella della esperienza degli spettatori che, come scrive Christian Metz in Le signifiant imaginaire. Cinéma et psychanalyse, «all'uscita, brutalmente vomitati dal ventre nero della sala nella luce vivida e aggressiva dell'ingresso, hanno a volte il volto stordito (felice o infelice) di quelli che si svegliano» (1977, 125). Se uscire dal cinema è un po' come svegliarsi da un sonno, non c'è da stupirsi del fatto che la prospettiva psicoanalitica abbia a lungo riflettuto su questo paragone; è quasi ridondante, infatti, ribadire l'importanza che la dimensione onirica riveste nello studio dei processi dell'inconscio a partire dalla pubblicazione nel 1900 de L'interpretazione dei sogni di Freud. Ed è naturalmente da questo testo che il volume di Metz appena citato, che possiamo assumere come capostipite della riflessione sui rapporti tra cinema e psicoanalisi, prende l'avvio per districarsi in questa rete di vicinanze e lontananze tra i due termini del confronto, anzi di convergenze parziali e diversità mai assolute.

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