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Ginzburg, A. (2013). Fare lo psicoanalista, essere psicoanalista. Rivista Psicoanal., 59(4):1023-1027.

(2013). Rivista di Psicoanalisi, 59(4):1023-1027

Fare lo psicoanalista, essere psicoanalista

Alessandra Ginzburg

Fare lo psicoanalista, essere psicoanalista: è questa la distinzione significativa proposta da Luciana Bon de Matte, attraverso una delle sue conversazioni, e che sembra condensare l'attualità del suo pensiero sulla tecnica analitica. Vorrei così proporre una breve riflessione tesa a sottolineare l'originalità della sua impostazione del transfert, costantemente declinata in stretto rapporto con la dimensione di realtà.

La psicoanalisi, come ha sempre sostenuto Luciana Bon de Matte, non è un mestiere che si apprende e si esegue facendo un uso ripetitivo di compiti assegnati, inutilmente votati ad esaurirsi in interpretazioni che appagano il narcisismo dell'analista, ma deve darsi come una risposta al bisogno effettivo del paziente.

Fare lo psicoanalista significa, in questa prospettiva, impostare il lavoro analitico su di una concezione del transfert (da alcuni definita «totale») che porta a considerare ogni evento che si produce fuori o dentro la stanza di consultazione come riconducibile al significato o agli effetti della relazione analitica, con il rischio di distogliere l'attenzione del terapeuta dal confronto con la realtà della vita dell'analizzato.

Al contrario, Luciana Bon de Matte ha sempre dato un grande valore all'esperienza realmente vissuta dal paziente e alla sua necessità di condividerla con un analista sempre disposto ad un ascolto partecipe dell'autenticità dell'esperienza emotiva dell'analizzato.

Di conseguenza il transfert, nell'accezione proposta dalla Bon de Matte, si costituisce innanzitutto come una creazione realizzata da chi esercita la funzione dell'ascolto.

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